Racconto di Martina Rocca, IV ginnasio

Aria vuota si scagliò contro il corpo di Elsa, aria fredda lo riempì di brividi, aria pesante le entrò dalle narici e rese il fiato un macigno insostenibile per i polmoni, creò affanno, aria tempestosa la travolse.

“Dove andrò a finire?”

Elsa continuò ad agitare le braccia, ma non servì a nulla e alla fine atterrò su una base solida: il vetro si scheggiò a causa dell’impatto, ma i frammenti rimasero l’uno vicino all’altro come un mosaico, al cui centro spiccava un buco. La giovane vi infilò le dita, constatando che la superficie fredda costituiva un gran sollievo per le ginocchia doloranti su cui era caduta, e notò che venivano attratte: sbirciò attraverso la fessura e all’improvviso si sentì precipitare, instabile e scossa da vertigini. Ritrasse la mano in fretta.

Si trovava chiusa nella sfera superiore di una clessidra vuota, senza sabbia, dove le pareti lasciavano scorgere solo le tenebre dell’esterno e un chiarore in lontananza: i raggi facevano bruciare gli occhi come succo d’arancia. Doveva essere emanato dalla candela… Elsa si accovacciò in un angolino, tremando.

Il ticchettio del pendolo, ora divenuto una specie di campanile altissimo, non smise di riverberare fuori e dentro di lei, nonostante il cuore le schizzasse a cento all’ora tra le costole. Provò a riflettere, a concentrarsi per comprendere cosa le fosse capitato, ma capì solo di trovarsi sul tavolo di una stanza enorme.

Come se non bastasse, l’apertura che collegava le due parti dello strumento iniziò ad aspirare il suo corpo esile a partire dai piedi, spingendola verso il basso. “Sono io la sabbia, sono io a dover scandire il tempo!”

Elsa cominciò a scalciare e colpire il vetro con le mani, gridando, tuttavia le urla rimasero confinate all’interno dell’oggetto e rimbalzarono da una zona all’altra della sfera. -Vi prego, tiratemi fuori da qui!

I piedi si agitavano nel vuoto, i fianchi si trovavano nella soglia tra un piano e l’altro. 

“Perchè sono andata all’appuntamento del Manipolatore? Non dovevo fidarmi…” 

Era iniziato tutto nel momento in cui aveva accostato la guancia sinistra al legno scuro della porta: dall’interno proveniva un silenzio tombale. Ascoltando con maggiore attenzione, però, la quiete agghiacciante si era trasformata in uno sciame di suoni brulicanti, fruscii fugaci e un unico, deciso, ticchettio. Si trattava di goccioline che si schiantavano al suolo, le perdite di un rubinetto, o le pulsazioni di un cuore? Cosa rappresentava quel rumore?

La giovane aveva inseguito le venature marroncine, intrecciate in un labirinto di gradazioni differenti, poiché voleva trovare una via d’uscita prima che qualcuno venisse a chiamarla. Doveva farcela, doveva uscire dalla trappola. E prima che quel ritmo regolare segnasse il richiamo del Manipolatore.

I polpastrelli si erano lasciati trasportare dal materiale ruvido, ma la superficie si era allontanata con un brusco scatto.  Elsa aveva teso ogni centimetro del suo corpo, allarmata. La piccola apertura dell’uscio aveva lasciato uscire un buio denso e mostrato i lineamenti alti e robusti del Manipolatore, il cui volto appariva avvolto per intero dall’oscurità.

-Avanti. 

Si era spostato per lasciar entrare Elsa, però poi aveva serrato la porta, l’aveva afferrata per un braccio e accompagnata fino a una poltroncina di fronte alla quale sorgeva una candela, per metà sciolta e accasciata sul piattino in un cumulo di cera, che illuminava un orologio a pendolo. Una sfera dorata, appesa alla struttura marrone, si spostava da destra a sinistra e da sinistra a destra, ripetendo oscillazioni sempre uguali. Il fiato si era soffocato in gola stringendo le corde vocali di Elsa in una morsa robusta.

La luce del pendolo aveva attratto il suo sguardo e cominciato a muoverlo a comando. Avanti, indietro, avanti, indietro. In un primo momento il suo respiro aveva seguito quella scansione del tempo, però poi un vortice si era palesato davanti alla ragazza e l’aveva risucchiata. 

La ragazza scosse la testa per scacciare i ricordi di quell’infernale giornata e tornò a un presente ancora peggiore: dieci stecchini, sottili e bianchi come l’avorio ma un po’ ingialliti nelle giunture, afferrarono il soffitto. Elsa ebbe un singulto e si rese conto che erano ossa, ossa di dita. Quelle del Manipolatore.

Rovesciò la clessidra e il conto alla rovescia ricominciò: stavolta non esistevano lancette, non esistevano pendoli, non esisteva la sabbia a scorrere nella clessidra, ma solo il corpo della povera Elsa. 

Tic-Toc. Tic-toc.  “Cosa farà il manipolatore? Cosa succederà quando verrò risucchiata e finirò di sotto?” 

Lei ancora non sapeva che il manipolatore era il suo vicino di casa, morto due anni prima in circostanze sospette.